Vengo da cinque giorni in giro per l’Italia e provo a dare al tempo, ai sapori, agli spazi, alle persone e alle strette di mano la dignità che meritano.
Torno distrutta, stanca morta, con la fatica di tenere aperti gli occhi e non lasciarsi addormentare, dopo aver attraversato il Paese guardandolo come un film fuori dal finestrino.
A Rimini ho avuto la fortuna di visitare TTG, la fiera sul turismo più importante in Italia, ma solo di sfuggita perché il cuore e la mente erano altrove, a Genova, dove nel weekend si è tenuto un evento dell’azienda per cui lavoro.
Uno può pensare che un evento non sia niente di ché, ce ne sono tanti in giro e che sarà mai?
Quando ci si lavora duramente, quando il concerto viene suonato nonostante qualche chitarra scordata, quando te lo senti un po’ addosso… un evento non è solo un evento, ma vita, tempo, nervo e cuore.
Ma la cosa più bella è stata dopo due anni (due!), rivedere il mio team unito intorno a un tavolo per un aperitivo. Ci sentiamo tutti i giorni, ci chiamiamo, ci scriviamo. A pezzi ci vediamo anche, ma tutte insieme, intorno a un tavolo che sia uno soltanto, sentendo insieme lo stesso freddo e guardando la stessa giornata finire, non succedeva da un po’.
È il bello e il brutto dell’era dei lavori digitali, del puoi vivere nei borghi se vuoi.
Se vogliamo raccontarci questa storia, dobbiamo accettare che dietro c’è la solitudine fredda di una piazza silenziosa e di un contatto umano centellinato, di abbracci sospesi reclamati tutti in una volta. Quella volta lì, quando ci si incontra finalmente. Di nuovo. E poi ci si dimentica sicuramente qualcosa, un bacio sui capelli, un regalo, una parola d’amore che ci si era tenuti dentro da dire “quando ci vedremo”. Dobbiamo fare i conti con il fatto che poi al paese ci si torna tutti, e riparte il processo del “quando ci vedremo ti devo dire questa cosa, quando ci vedremo ti devo portare qui, far vedere questo e quello, far ascoltare una canzone“.
È un po’ così, duro, quando vai in due città di mare e non vedi il mare.
Ti rimane dentro un senso strano, come se fosse finito il barattolo della cura e non ci fosse più nulla nel sacchetto dell’attenzione.
Non si fa, non si può ignorare una cosa così grande, salata, ricca e pericolosa.
Non puoi essere nel mondo e non vedere il mondo.
In questi giorni ho imparato qualcosa,
ho imparato ad ascoltarmi quando parlo e a pentirmi delle parole che dico,
Ho imparato che non sempre ciò che diamo ritorna (e va bene così),
ho imparato che una semplice luce di schermo può ferirmi come una lama,
ho imparato che la luce influisce, sulle foto come sull’anima,
ho imparato che un sorriso falso con la pretesa di sembrare vero, rimane falso,
ho imparato che posso superare i miei limiti,
ho imparato che si può essere felici e sembrare tristi, tristi e sembrare felici,
ho imparato cose che sapevo già e che ho disimparato col tempo,
ho imparato che non ci si può sempre appoggiare sul muro.
Torno a casa come sono partita, con tutti i miei fili scoperti e qualche guasto ancora da sistemare.
I problemi tecnici accadono, a volte si inceppa il proiettore, altre non funziona un microfono.
Provo con la tecnica dello spegni e riaccendi, provo a tirare i remi in barca, ad ammainare le vele e sperare in un mare più calmo, senza l’aspettativa di un marinaio alle prime armi, bensì con l’esperienza di un mozzo che sa che il mare della vita è imprevedibile e che probabilmente sarà di nuovo tempesta.
Si va in giro per piccole storie, incerte mete, intimità provvisorie.
— Franco Arminio
